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Gettare e issare le ancore

Le teorizzazioni sulle identità odierne farebbero meglio ad abbandonare le metafore delle >>radici<< e dello >>sradicamento<< sostituendole con i tropi del gettare e issare le ancore.
In effetti, issare un’ancora, a differenza del >>radicarsi<< e >>sradicarsi<<, non ha niente di irrevocabile o di definitivo. Le radici, quando vengono divelte dalla terra in cui sono cresciute, generalmente si seccano, uccidendo la pianta che nutrivano; al contrario le ancore vengono issate solo per essere gettate di nuovo, e altrettanto facilmente, in molti porti diversi. Inoltre, le radici progettano e predeterminano la forma che dovrà assumere la pianta che si svilupperà da esse, ed escludono la possibilità di ogni altra forma. Le ancora sono invece soltanto attrezzature che servono a fissarsi a un luogo in modo dichiaratamente temporaneo o a staccarsene, e non definiscono in alcun modo le caratteristiche e le qualità della nave. Il lasso di tempo che separa l’atto di gettare un ancora da quello di issarla nuovamente non è che una fase nell’itinerario della nave. La scelta del prossimo porto in cui gettare l’ancora dipenderà molto probabilmente dal tipo di carico che in quel momento è sulla nave; un porto adatto a un tipo di carico potrebbe essere totalmente inadatto a un altro.
Come navi che attraccano, consecutivamente o saltuariamente, a vari porti, i sé si sottopongono, nelle >>comunità di riferimento<< – cui chiedono di essere ammessi nel corso del viaggio in cerca di riconoscimento e conferma della loro identità, viaggio che dura tutta la vita – alla verifica e all’approvazione delle proprie credenziali; e ogni >>comunità di riferimento<< definisce i requisiti sul tipo di documentazione da presentare. Tra i documenti da cui dipende l’approvazione vi sono di solito il registro della nave e/o il diario di bordo del comandante, e a ogni fermata il passato (costantemente accresciuto dagli atti dei precedenti scali) viene nuovamente esaminato e valutato.
Naturalmente vi sono porti (e comunità) non molto pedanti nel verificare le credenziali, e poco interessati alle destinazioni passate, presenti e future dei visitatori; tali porti (e comunità) accoglieranno in teoria qualsiasi nave, o qualsiasi >>identità<<, ivi comprese quelle che verrebbero probabilmente respinte all’ingresso di gran parte degli altri porti. Ma visitare simili porti (e comunità) offre scarso valore di >>identificazione<<, ed è dunque preferibile evitare queste destinazioni, poiché depositarvi carichi preziosi potrebbe rivelarsi più dannoso che utile in un momento futuro. Paradossalmente l’emancipazione del sé ha bisogno, come suoi strumenti, di comunità forti, selettive ed esigenti.

tratto da L’arte della vita (Economica Laterza)

di Zygmunt Bauman


Die Zeit

Me ne ero dimenticato per anni.
E adesso sembrano indispensabili.

Li guardi. Sono gli stessi di sempre. Inganno.
Questa luce che li inonda. Unsere Geschichte.

Sono rimasti in silenzio per anni. Ad aspettare.
Per vivere ancora una volta. Momento effimero.

Chiedono di essere guardati. Pretesto.
Per guardarsi dentro. Ancora. Più a fondo.

Immagini nel cassetto. Della mente.
Auguri che giungono da un tempo lontano.

Li guardi. Li prendi in mano. E pensi.
A quel tempo. Dove sono confinati. Vivi.

Mi credevo un perfetto carnefice.
Adesso ho pietà. Soprattutto di me stesso.

Ne scelgo alcuni. Li porto con me. Poca cosa.
Rispetto a ciò che mi porto dentro.


Ricominciamo

io senza amore non so stare

E dunque si parte. Aber wohin? In Germania, a Köln. Preferite chiamarla Cologne? D’accordo, tanto anch’io non vado molto d’accordo con l’Umlaut.

Ma andiamo con ordine. Perché poi?
C’è forse qualcosa di lineare in questa vita? La noia.

Il 7 maggio preparo armi e bagagli e trasloco. Magari senza armi.

Probabilmente c’è chi vede in questo mio gesto un capriccio. Non è da tutti infatti lasciare un lavoro “sicuro”. Come la morte a cui conduce. Sono gesti che si può permettere solo chi è viziato, e lo sono.

Ma anche l’aria di questo Paese lo è.

C’è chi mi avverte che “non sarà facile come pensi”. Non posso che dargli ragione, quando si segue il proprio cuore le cose in effetti possono risultare anche più facili di quanto si era immaginato inizialmente.

Lo scoglio linguistico non sarà meta facile contro cui infrangersi. Da una parte uno scoglio grammaticale cui aggrapparsi prima di ergersi sulla terra ferma. Da quest’altra uno scoglio di pensiero viscido cui non riesco ad aggrapparmi e mettere radici.

Scivolo. Ed eccomi altrove.

Occorre soppesare tutto, decidere cosa portare con sè. Consapevoli che sarà poi la corrente a decidere cosa arriverà effettivamente a destinazione e cosa resterà incagliato lungo il percorso.

Occasione unica, quella del viaggio. Per valutare cosa si sta facendo. E perchè. Proverò a raccontarvelo da queste pagine. Per il momento una cosa sola è chiara: occorre ricomiciare. Aber woher?