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Era luglio 2007 quando fui assunto a tempo indeterminato. A quel tempo mi sembrò di aver raggiunto un traguardo. D’altronde i primi mesi di quel 2007 non erano stati facili. Il cliente per cui lavoravo da 7 anni aveva deciso di avvalersi di un altro fornitore e, ritardando la firma del rinnovo contrattuale con la ditta a cui io vendevo le mie prestazioni professionali, ci aveva tenuto nel limbo per 6 lunghi mesi. In mancanza di un riferimento contrattuale, a me, lavoratore dipendente dotato di partita IVA, non era permesso emettere fatture. Concetto tutto italiano di rischio d’impresa. Per un po’, grazie alla stortura dei pagamenti a 90 giorni, che erano diventati 120 alla fine del 2006, i soldi erano comunque continuati ad arrivare.

A maggio decisi che il credito di alcune migliaia di euro di cui potevo vantarmi non era gran cosa di cui vantarsi, e mi misi in cerca di un nuovo lavoro. Lavorai un mesetto a Pont St. Martin, per una ditta di Napoli che mi aveva affidato l’incarico senza neppure conoscermi di persona. Bello che al giorno d’oggi ci sia ancora chi si fida così delle persone!
Il lavoro a Pont St. Martin non era male, però in quel periodo, in cui credevo che la vita di una persona dovesse consumarsi necessariamente nel luogo in cui uno è nato, continuai a cercare un impiego a Torino. D’altra parte non era così difficile fissare un colloquio di lavoro, peccato però che al momento della contrattazione economica tutti obbiettassero che chiedevo troppo. Collezionai un certo numero di colloqui tutti fatti con lo stampino, al punto da domandarsi che fine avesse fatto l’originalità italica. Ero piuttosto spazientito, e fu un bene.

Nell’ultimo colloquio che feci mi venne chiesto non solo di rivedere al ribasso la mia tariffa giornaliera ma, considerato che per policy aziendale non era possibile fare dei contratti prolungati a titolari di partita IVA, di cambiare forma giuridica e aprire una società. In accomandita semplice o a nome collettivo, come più preferivo.
Mi consultati velocemente con il mio commercialista, colui che in quei precedenti 7 anni più volte mi aveva suggerito, per pagare meno tasse, di fare qualche prestazione in nero. Come se l’Italia non avesse già abbastanza persone che ci pensano autonomamente senza i conisgli di un professionista. Mi disse che il problema della costituzione societaria non si poneva, potevo pur sempre lavorare di fantasia ed aprirne una insieme a mia nonna. Che stupido non averci pensato da solo. Mi mise però in guardia in merito al fatto che i costi sarebbero stati maggiori.

Tornai dal mio datore di lavoro, ancora per oggi, e invece di fargli una proposta al ribasso alzai il tiro. L’effetto fu spiazzante. Fui assunto a tempo indeterminato.

Da quel giorno sono passati quasi 4 anni e sono stato rivenduto più volte come specialista di tecnologie mai viste prima. Ho ricoperto il ruolo di figurante tantissime volte. A volte dovemmo assumere persino delle comparse, come quella volta in cui ricevemmo una visita improvvisa da parte del cliente cui avevamo dichiarato un numero di persone allocate sul servizio maggiore di quello reale, continuando ad utilizzare nominativi e utenze di persone che non lavoravano più in azienda.
Fu in questi anni che maturò in me la consapevolezza che i mali di questo Paese non siano dovuti alla sua classe politica bensì alla popolazione che mi pare rappresentata più che egregiamente da chi siede in Parlamento.

A dire il vero si crearono situazioni anche molto divertenti.  Ho ad esempio nostalgia di quel giorno in cui il cliente chiamò un mio collega, piuttosto permaloso, per sapere se una persona che non lavorava più con noi già da tempo faceva parte del suo gruppo di lavoro. Il mio collega fu spiazzato da una domanda così diretta. Per non tradire l’ordine supremo ricevuto che gli imponeva di non dichiarare mai al cliente, in nessun caso, il numero esatto di persone allocate sul servizio, preferì farsi torturare da quella telefonata. Alla fine però vacillò e rispose con un “più o meno”. Per l’onta subita sarebbe stato sbeffeggiato dai colleghi per i mesi a venire.

Non accusatemi di mancanza di gratitudine ma sono davvero contento di andarmene. Non è stato facile prendere questa decisione. Avere un contratto a tempo indeterminato di questi tempi è indubbiamente un privilegio di pochi. Occorre raccogliere tutte le proprie forze per riuscire a spezzare le catene di questa presunta sicurezza e capire che nella vita non ve ne è alcuna. Sono dovuti trascorrere ben 9 mesi, ma alla fine è nato un bel bambino: il mio nuovo progetto di vita. E’ piccolo, deve ancora imparare a camminare e a parlare. Ha però già tante idee. Chissà quali di queste verranno realizzate. Per il momento mi pare che la cosa più importante è che ha una voglia matta di provarci ed è felice di poterlo fare. Finalmente libero di essere sé stesso.


Gettare e issare le ancore

Le teorizzazioni sulle identità odierne farebbero meglio ad abbandonare le metafore delle >>radici<< e dello >>sradicamento<< sostituendole con i tropi del gettare e issare le ancore.
In effetti, issare un’ancora, a differenza del >>radicarsi<< e >>sradicarsi<<, non ha niente di irrevocabile o di definitivo. Le radici, quando vengono divelte dalla terra in cui sono cresciute, generalmente si seccano, uccidendo la pianta che nutrivano; al contrario le ancore vengono issate solo per essere gettate di nuovo, e altrettanto facilmente, in molti porti diversi. Inoltre, le radici progettano e predeterminano la forma che dovrà assumere la pianta che si svilupperà da esse, ed escludono la possibilità di ogni altra forma. Le ancora sono invece soltanto attrezzature che servono a fissarsi a un luogo in modo dichiaratamente temporaneo o a staccarsene, e non definiscono in alcun modo le caratteristiche e le qualità della nave. Il lasso di tempo che separa l’atto di gettare un ancora da quello di issarla nuovamente non è che una fase nell’itinerario della nave. La scelta del prossimo porto in cui gettare l’ancora dipenderà molto probabilmente dal tipo di carico che in quel momento è sulla nave; un porto adatto a un tipo di carico potrebbe essere totalmente inadatto a un altro.
Come navi che attraccano, consecutivamente o saltuariamente, a vari porti, i sé si sottopongono, nelle >>comunità di riferimento<< – cui chiedono di essere ammessi nel corso del viaggio in cerca di riconoscimento e conferma della loro identità, viaggio che dura tutta la vita – alla verifica e all’approvazione delle proprie credenziali; e ogni >>comunità di riferimento<< definisce i requisiti sul tipo di documentazione da presentare. Tra i documenti da cui dipende l’approvazione vi sono di solito il registro della nave e/o il diario di bordo del comandante, e a ogni fermata il passato (costantemente accresciuto dagli atti dei precedenti scali) viene nuovamente esaminato e valutato.
Naturalmente vi sono porti (e comunità) non molto pedanti nel verificare le credenziali, e poco interessati alle destinazioni passate, presenti e future dei visitatori; tali porti (e comunità) accoglieranno in teoria qualsiasi nave, o qualsiasi >>identità<<, ivi comprese quelle che verrebbero probabilmente respinte all’ingresso di gran parte degli altri porti. Ma visitare simili porti (e comunità) offre scarso valore di >>identificazione<<, ed è dunque preferibile evitare queste destinazioni, poiché depositarvi carichi preziosi potrebbe rivelarsi più dannoso che utile in un momento futuro. Paradossalmente l’emancipazione del sé ha bisogno, come suoi strumenti, di comunità forti, selettive ed esigenti.

tratto da L’arte della vita (Economica Laterza)

di Zygmunt Bauman


Ich habe einen Engel gefunden

L’ultimo weekend mordi e fuggi in Germania è andato e presto scoprirò il gusto che hanno i giorni infrasettimanali. Nel frattempo ho ancora in bocca il gusto di questo appena trascorso, un sapore dolce come la Rüeblitorte che ho ricevuto per il mio compleanno: torta della tradizione svizzera-tedesca, del cantone di Aargau.
Il preparato si ottiene mescolando tuorli d’uova, zucchero, farina, noci e mandorle tritate, carote grattuggiate. Una volta uscita dal forno la si riveste di marmellata di albicocca e granella. La “ciliegina sulla torta”, in barba a quello che uno potrebbe pensare, sono tante piccole carote, di marzapane, colorate grazie ad un bagno nel succo di rabarbaro. Non mi dilungo oltre, vi basti la foto qui di seguito e se volete la ricetta contattatemi.

Accanto alla torta era lì ad accogliermi il Wilkommenspaket. Ne ero già sicuro, ma osservandone il contenuto pare proprio che non ci sarà da annoiarsi: 12 Radtour rund um Köln, Eifel- und Rheinsteig, Winterberg… Pur essendo irrequieto di natura credo che avrò il mio bel da fare per portare a termine tutti gli itinerari suggeriti. Se poi aggiungiamo il libro 111 Kölner Orte die man gesehen haben muss, beh credo proprio che dovrò fermarmi a Colonia un po’ di tempo.

Sabato mattina, il rituale della colazione tedesca, la mia: Kurbiskernbrötchen mit Käse. Un giro per il mio nuovo quartiere: Ehrenfeld a fare la spesa: ein Kilo weiße Spargel, bitte da gustarsi con la sauce hollandaise.
L’Olanda non è lontana e se non si sta attenti eccotela lì sul tavolo nelle sembianze di una crema ottenuta mescolando turoli d’uovo e burro sciolto.
I tedeschi si fanno beffe del colesterolo e Katja mi rassicura dicendo che non è quello che si mangia che fa male, il colesterolo cattivo è congenito. Ricordo di aver letto anch’io il risultato di una ricerca che giungeva a questa conclusione. Rincuorato afferro un asparago e lo affogo nella salsa. Sta per esalare l’ultimo respiro. Mosso a compassione lo tiro fuori e gli concedo una morte più dolce. Finisce i suoi giorni nella mia bocca, tenero e saporito, consapevole di non essere morto invano.

Quando si è in Germania è bene sapere che vi sono cose alle quali occorre rassegnarsi. Si tratta di vere e proprie leggi fondamentali che sono alla base dell’Universo, tedesco s’intende.  Una di queste afferma che il numero di uova che mangerai supererà sempre la tua più rosea immaginazione. Inutile combatterla, chi sarebbe così stupido da voler ribellarsi alla forza gravitazionale? Un tedesco avrà sempre un buon motivo per covincerti che è proprio il momento giusto per mangiarsi un uovo. A volte lo fa alla luce del sole: ti offre un uovo alla cocque zum Früstück e se provi a ribellarti dicendo che l’hai già mangiato ieri ti risponde candidamente aber heute ist Ostern!
Non sempre il gioco avviene a carte scoperte e quando meno te lo aspetti ecco le uova che si travestono da Kuchen e sauce hollandaise! Ti propongono addirittura di aggiungere un uovo all’impasto per la pasta in casa. A nulla valgono argomenti razionali, hanno ragione loro, d’altronde la pasta all’uovo esiste. Più facile uscirne vincitori quando ti chiedono di aggiungerlo alla pasta per la pizza. Per il momento l’unica cosa certa sul mio futuro è che non diventerò vegano.

Questo weekend ho anche sperimentato l’emozione di girare in bicicletta per la mia nuova città. Non so ancora quale sarà la futura compagna del mio girovagare. Ammetto di essermi innamorato di un bellissimo esemplare dagli occhi azzurri. Faceva bella mostra di sè da B.O.C., un intero supermercato dedicato alle due ruote. Chiedeva solo di essere presa per fare un giro sulla ciclabile interna, muovere i primi passi insieme, imparare a conoscersi. Ho tentennato, forse tornerò, devo ponderare. Spero che mi possa capire. D’altronde io il mio colpo di fulmine l’ho già avuto.
Questo weekend mi sono dovuto accontentare della bici di Katja, ed ho dovuto dismettere i panni da Radler per indossare quelli di macchinista, Lokführer. Nonostante la pesantezza del mezzo è stato facile muoversi sulle ciclabili che attraversano in lungo e in largo la città. Quella sensazione di lotta e sfida che mi accompagna nel mio muovermi per le strade di Torino è svanita. Al suo posto lo stupore nel scoprire che ogni ciclabile, una per ogni lato della careggiata, ha un suo verso di percorrenza. A ricordarmelo una signora caduta di fronte a me investita dalla classica portiera aperta maldestramente dal bradipo di turno. Es tut mir leid.

Natur Tour 01, un percorso di 20 km per scoprire che Köln è circondata dai boschi. Se a Vienna è facile incrociare uno scoiattolo in un parco cittadino, qui ad essere di casa sono le lepri. Non c’è da stupirsi: è il weekend di Pasqua e gli Osterhase hanno il loro bel da fare.

In ogni caso pare proprio che la natura non mi mancherà. Per i più esigenti è lì a fare bella mostra di sè il Rheinsteig. Siamo andati a conoscerlo. Ci siamo presentati. Abbiamo chiesto permesso e siamo entrati.
Una bellissima passeggiata sulle colline che si ergono sulla destra orografica del Reno. Tappa numero 1, percorsa contromano. Perchè siamo persone a cui piace andare controcorrente. Un percorso di 20 km da Königswinter a Bonn. Vigneti dove vengono coltivati il Grauburgunder ed il Riesling. Castelli che si susseguono uno dopo l’altro. Di alcuni solo rovine, come quelle che si ergono sulla collina di Drachenfels, altri fanno bella mostra di sè come lo Schloss Drachenburg, qui sotto.

Il sentiero sale e scende lungo le Siebengebirge: un insieme di colline di origine vulcanica formatesi tra 28 e 15 milioni di anni fa. Sarà il caldo ma raggiungere Petersberg non è stata proprio una passeggiata. La ricompensa è una splendida veduta sulla valle del Reno ed il contrasto tra noi arrivati lassù a piedi, con nello zaino un pezzo di pizza ed uno di torta entrambi fatti in casa, e la borghesia tedesca che, alla fine di un lauto pasto consumato al Grand Hotel, si sta gustando coppe colme di gelato alla crema ricoperte da bancali di frutta. D’altronde si sa che servono molte calorie per guidare la propria BMW lungo le strade tortuose della collina e poter così fare ritorno alla propria dimora.

Noi invece proseguiamo fino a Kloster Heisterbach dove ci attende una bellissima rovina di un’abbazia cistercense. Dopo la secolarizzazione avvenuta nel 1803, il monastero fu messo in vendita il 18 ottobre 1804 e comprato nel 1809 da un imprenditore francese. Fu quindi demolito e le sue pietre furono utilizzate per la costruzione del Grand Canal du Nord tra Venlo e Neuss. Quel che resta dell’edificio, non molto a dire il vero, è stato acquistato da un consorzio di Colonia.

L’intenzione sarebbe stata quella di portare a compimento la tappa e raggiungere Bonn. Ma si sa che siamo persone imprevedibili. D’altronde già prima di iniziare il cammino avevamo avanzato tre diverse ipotesi sul tracciato da seguire scegliendo infine un itinerario fino a quel momento neppure contemplato. E allora adducendo come scusa la stanchezza imbocchiamo la prima uscita di questra autostrada  tra i boschi e rotoliamo giù verso Oberkassel. Uno sguardo veloce alle Fachwerkhäuser del paesino

e via a prendere il treno nach Köln.

E’ stato un weekend davvero denso con tanto di serata conclusiva al cinema, il mio primo in Germania, a vedere Almanya – Wilkommen in Deutschland. Film davvero carino che racconta la storia di una famiglia di turchi immigrati in Germania. Non sono turco ma il tema mi tocca da vicino. Peccato che il film non verrà distribuito in Italia. La sceneggiatura è stata studiata in modo da avere come cassa di risonanza naturale un Paese che, in ogni caso, non è il mio. Eppure il tema dell’immigrazione è di portata generale, non sono stati solo i turchi a costruire questo Paese, anche molti miei connazionali hanno fatto la loro parte. La mia?
Bellissima la frase finale di Max Frisch: Wir riefen Gastarbeiter, und es kamen Menschen , vale a dire: “chiamavamo lavoratori stranieri, ed arrivavano uomini”. Questi uomini fanno ormai parte del tessuto sociale tedesco. L’idea iniziale che potessero venire per un breve periodo per poi tornare ai loro paesi d’origine si è rivelata limitata, quanto la mente di chi l’ha concepita.
C’è una moltitudine in movimento. Una tavolozza di colori, in cui intingere il pennello per ottenerne di nuovi e disegnare un mondo con dei colori mai visti prima.
Quand’è che anche l’Italia lo capirà? Spero presto. Nel frattempo eccomi a dare il mio contributo.


Zum Geburtstag viel Glück

38 anni fa. 20 aprile 1973, venerdì santo. Non so a che ora Gesù sia stato crocifisso. A me è stato raccontato che sono venuto alla luce alle 13,40.
Bel contrasto quello tra nascita e morte, fluire ritmico della Vita, di ogni uomo. Non faccio eccezione.
Il primo incontro con la morte è stato a 10 anni. Aveva la forma di un foglio di carta su cui c’era scritto il mio nome. Purtroppo era quello di mio nonno, insieme a lui se ne andava la mia infanzia. Lui mi ha insegnato a leggere l’ora e ad andare in bici. E se nel tempo ho smesso di portare un orologio, continuo a muovermi sulle due ruote. Più di prima. Ed è grazie a lui che ho incontrato Lei. E’ per questo che credo di non dovergli soltanto il nome che porto.
Anni passati a giocare con la mia vicina di casa. Strana coincidenza essere diventati entrambi fisici. Sarà stato per via delle carrucole che costruivamo da un balcone all’altro.
Innamorarsi per la prima volta, troppo presto. Non per una questione di età ma perché non ancora capace di tradurre in azioni le emozioni che provavo. Vederla andare via e capire l’importanza del non rimandare.
Il secondo incontro con la morte, biologica: Manuela, un’amica di mia sorella. Mio nonno non era anziano, ma era più grande di me. La mia razionalità era in grado di accettarlo. Manuela era più giovane. Le si è aperto il cuore. Forse per liberare l’Amore che provava verso un mondo che stava appena iniziando a conoscere. Mi ha insegnato che posticipare le cose nel Futuro potrebbe rivelarsi un inganno e che la razionalità non è sufficiente a comprendere quello che mi sta intorno.
E poi le morti non biologiche, ma non per questo meno dolorose. Amici chiamati dalla Vita altrove. Michele a Cividale del Friuli, Federico a Parma.  A ricordarmi che è possibile vivere altrove.
Il mio primo amore. Che mi ha sostenuto per tutti gli anni di Università, nei momenti più difficili, quando ho scoperto che era possibile morire anche dentro. E’ grazie a lei che ho imparato che dietro alle cose vi è un lato nascosto. In quegli anni ho ripreso il cammino, con alcuni amici. Non so bene dove conduca il sentiero, ma da allora mi pare più semplice riconoscere i segnavia lungo il percorso.
Ci sono state prove dure da superare. Bello scoprire che comunque nulla è andato perso. Che coloro da cui mi ero dovuto allontanare per via di una mia debolezza sono rimasti lì, ad aspettare che acquisissi la Forza per stare insieme, di nuovo, su un piano differente.
Tutto ha avuto inizio con quel viaggio in Sardegna, era il 2002. Ero partito solo con una valigia di ricordi. Mi sono riconciliato con il mio passato scoprendo che nulla era cambiato. Eravamo cresciuti, questo si. Ma il nostro modo di essere era rimasto lo stesso. Delicato. Sentire che adesso sarebbe stato possibile, non fosse che il tempo era impregnato di una qualità differente.
Il ritorno. L’approfondimento di quell’incontro fortuito, Matteo, come se nella vita davvero ve ne fossero. La mia seconda vita: il vivere da soli. L’acquisizione di una nuova forma di indipendenza, non solo economica. Tornare adolescente per vivere quel tipo di esperienze che non si era voluto vivere allora. Come se si fosse liberi di scegliere e non ci fossero valichi obbligati da attraversare.
Condividere molti viaggi con un amico. Comprendere che per quanto bene si stia con qualcuno, alla fine è sempre la propria natura che occorre assecondare. E’ stato il monte Biokovo a ricordarmelo.
Settembre 2004, l’iscrizione al CAI, la mia terza vita. L’incontro con persone speciali, accumunate dalla stessa Visione. E poi quell’aprile del 2005, a pochi giorni dal mio 32° compleanno. Il rimettersi nuovamente in gioco e scoprire di essere ancora in grado di amare, nonostante tutto. Mesi difficili, dovuti alla mia insicurezza. Pensare che fossero causati da chi mi stava di fronte, dimentico dello specchio che era lì a riflettere la mia immagine.
Trovarsi a camminare per i monti della Corsica, in compagnia di due splendide amiche. Tornare e non capacitarsi della forza che può donare una semplice traversata alpina. Di nuovo pronto a fare la mia parte, a dare e ricevere.
Ogni cosa porta in sè la qualità del suo inizio. E per questo non fui sorpreso dall’epilogo, ma questo non vuol dire che non provai dolore. Fui semplicemente più veloce nel riprendermi. Forte delle qualità sviluppate in questi anni, che sono mie e che nessuno potrà portarmi via.
Chissà se è per via di queste qualità che si realizzò l’Incontro. Era un sabato pomeriggio. Critical Mass. Presentarsi con una ragazza mai vista prima e scoprire che è con lei che vorresti trascorrere il resto della tua vita. Un invito formulato alla fine di quel giro. Quell’attimo di esitazione in cui la mia vita avrebbe potuto prendere una direzione differente.
L’inizio di una nuova storia, la mia quarta vita. Il viaggio ad Instambul. Una nuova convivenza. E un nuovo distacco, da imparare a gestire.
Lunghi mesi, 10. La gioia di rivedersi, ogni volta. E poi quel giorno in cui è risultato più evidente che mai che non era più possibile rimandare ancora. O meglio, possibile lo era, ma non avrebbe avuto alcun senso. La felicità per la decisione presa. La voglia di ricominciare.
<< l’importante è mettersi in cammino. Altrimenti non arriverai da nessuna parte. E passerai il resto della tua vita a disprezzarti per ciò che avresti potuto essere e non sei stato. La meta iniziale del viaggio rappresenta solo lo stimolo per partire >>.


Un weekend

Cambio  stile. Mi lascio alle spalle la parte più introspettiva cui ho dedicato i 4 post della scorsa settimana.
I preparativi incalzano ed è bello mettere ordine tra le proprie cose, i propri affetti con lo sguardo rivolto a quello che il mondo ha ancora da offrire.
Ho dedicato questo fine settimana a me stesso, è impagabile poter disporre del proprio tempo, dedicarsi alla cura di sè stessi, cura che coinvolge necessariamente chi mi sta attorno.
Una corsa il venerdì sera alla ricerca di un’equilibrio fisico che faccia da contraltare all’equilibrio psicologico, più forte di prima.
Conoscere persone nuove e scoprire che c’è chi la tua scelta l’ha già fatta.
E funziona.
Bello ascoltare le storie di persone appena conosciute e che probabilmente non si rivedrà più. Lo scambio ne risulta più intenso. Persone provenienti da paesi diversi e che hanno deciso di intraprendere un cammino insieme. Conoscere persone frutto di questo incontro. Magnifiche.
Andare a trovare un amico che, anche se non ci si vede più tanto, è sempre lì in fondo al tuo cuore perché nelle orecchie risuona ancora l’eco delle risate fatte insieme. Augurargli fortuna per la sua nuova avventura. Perché ognuna ha la sua. Un piccolo gesto per augurare fortuna ad un grande amico avendo ben chiara la potenza del simbolo.
Un pasto consumato in tranquillità con la propria famiglia. Avvertire la loro grandezza. Non sentitevi traditi, e grazie per il tentativo che state facendo per provare a capirmi. La comprensione arriverà, è certo. E quando arriverà porterà un senso di pace che adesso forse non trovate.
Un pomeriggio trascorso in collina con gli amici. Vedere con occhi nuovi posti noti ma mai vissuti, come invece avrebbero meritato.
Cogliere la magia di un pascolo di pecore con sullo sfondo il tracciato regolare delle vie della mia città. Provare dolcezza per le parole di un amico che ti confida che adesso, con la tua partenza, dovrà allargare la cerchia delle sue conoscenze. E sapere che comunque non resterà solo.
E poi la domenica, in montagna. A dare il mio arrivederci alle montagne che tanto mi hanno dato. Non è un addio. Me l’hanno insegnato: “la montagna è lì, che aspetta”. Ed io tornerò. Ancora una volta.
Una semplice passeggiata, in compagnia di amici conosciuti su quei sentieri che non si sa mai dove veramente conducano fintanto che la meta non decida di svelarsi agli occhi.
E’ costata fatica la salita, ma che panorama che si vede da quassù!


Die Zeit

Me ne ero dimenticato per anni.
E adesso sembrano indispensabili.

Li guardi. Sono gli stessi di sempre. Inganno.
Questa luce che li inonda. Unsere Geschichte.

Sono rimasti in silenzio per anni. Ad aspettare.
Per vivere ancora una volta. Momento effimero.

Chiedono di essere guardati. Pretesto.
Per guardarsi dentro. Ancora. Più a fondo.

Immagini nel cassetto. Della mente.
Auguri che giungono da un tempo lontano.

Li guardi. Li prendi in mano. E pensi.
A quel tempo. Dove sono confinati. Vivi.

Mi credevo un perfetto carnefice.
Adesso ho pietà. Soprattutto di me stesso.

Ne scelgo alcuni. Li porto con me. Poca cosa.
Rispetto a ciò che mi porto dentro.


12 aprile

Ieri. Ne scrivo oggi. Per ricordarmene. Domani.

Pensare di aver già detto tutto.
E scoprire che c’è ancora chi ti deve parlare.

Liberarsi del proprio passato. Soppesare ogni cosa.
Scoprire di non avere futuro.
Quando sarai in Germania sarà già al passato.
Solo il presente.

Oggetti che vivono di vita propria e che ti conducono lì.
Dove sei sempre stato.

Dappertutto cose belle. E brutte.
Una sola possibiità: trovare se stessi.

Pensare di essere in fuga.
Mentre si insegue una luce intravista.

Pensare di aver già detto tutto.
E scoprire che ancora una cosa va fatta.

L’unica che davvero conti. Riconciliarsi.
Con i soli di cui si sentirà la mancanza.

Varco obbligato. Attraverso cui passare.
Affinchè l’orizzionte non abbia rimorsi.

Sentirsi leggere dentro. E non avere paura.
Chi ho di fronte sono io. Un povero Cristo.

E’ chiaro perché sono nato qui.
Adesso lo è pure il perché me ne vado.

La chitarra ha una storia, la mia.
Non è però di questo tempo.

Grazie Nino.