Un ultimo giro di giostra

I mobili, gli scaffali, gli armadi. Tutto vuoto. In questo appartamento che lascerò tra poche ore occorre muoversi in maniera felina per non farsi impressionare dall’eco dei propri passi. L’ambiente è ancora familiare, vero, ma è ormai privo di quei segni che attiravano subito l’occhio di chi entrava a casa mia per la prima volta. L’arredamento non era molto, ho sempre preferito uno stile sobrio, poche cose. Sono sempre stato ingordo di spazio, vuoto, davanti a me. E fra qualche ora ne avrò parecchio. Qualche oggetto in casa c’era. In quest’epoca dove è facile far passare come indispensabile la cosa più inutile solo pochissimi riescono a non cadere in trappola. Io ci sono cascato tante volte. Oggetti fabbricati in serie, ma che per il semplice fatto di aver condiviso con me in questi anni le mura domestiche hanno assorbito, per osmosi, qualcosa del mio modo di essere. Sono stati accuratamente riposti negli scatoloni che ho deciso di lasciare qui, a Torino. Non è solo lo spazio ridotto del bagliaio che mi ha indotto a farlo, è una strategia che ho deciso di applicare per approcciarmi al viaggio che mi attende con leggerezza. So bene che la malinconia è sempre in agguato, ma se le togliamo l’oggetto in grado di evocarla, lo sforzo che dovrà fare per riuscire a prenderti sarà inumano. Con me non ci riuscirà. E bene che lo sappia sin da subito. Se è saggia, eviterà di sferrare un attacco da cui comunque uscirebbe inevitabilmente sconfitta. I ricordi non li lascio, non ci ho mai pensato, poi anche volendo non sarebbe possibile visto che costituiscono un tutt’uno con la mia macchina biologica. Anche questa é saggezza.
Anche se non rivedrò più la foto che ritraeva il mio amato cane Morgan non per questo mi dimenticherò di lui, né di tutti voi. Quella foto tra l’altro non gli rendeva giustiza. Lo ritraeva mentre fissava l’obbiettivo della macchina fotografica con aria triste e sonnolenta sdraiato sul mio divano. Impossibile riconoscere in lui il compagno di tante camminate in montagna e l’impeto della sua corsa quando cercava di rincorrere le marmotte che si facevano beffe di lui. A volte ci ostiniamo a conservare immagini cristallizzate dei nostri ricordi e senza saperlo in questo modo gli imponiamo un limite che risulta poi difficile superare. Se non stiamo attenti va a finire che il ricordo rimane congelato in una dimensione spazio-temporale che non da modo alla fluidità della memoria di perdersi tra i suoi innumerevoli rivi. Sarebbe come voler percorrere un percorso partendo sempre dallo stesso punto. Non è tanto la ripetitività del gesto e la monotonia che da essa ne scaturisce che va deprecata bensì lo spazio che viene sottratto alla nostra fantasia e alla libertà del nostro ricordare. Inutile cristalizzare delle forme. La vita è ingorda di forme nuove. Non gli piacciono i percorsi obbligati e forse è per questo che quando pianifichiamo tutto nei minimi dettagli alla fine gli eventi prendono una piega che finora non avevamo considerato. Un progetto di vita, per quanto accuratamente pianificato e disegnato sulla carta, non potrà mai competere con il succedersi delle giornate, quelle vere, la loro imprevedibilità e imperfezione che lungi dall’essere un limite rendono reale ciò che altrimenti resterebbe intangibile.
Mi piace concludere questo post segnalandovi quest’altro di Simone Perotti: Quando la nave affonda. Negli ultimi tempi è dai suoi scritti che ho tratto la forza e l’ispirazione per la scelta che ho fatto. Buona lettura e a presto.



Adesso basta. Lasciare il lavoro e cambiare vita.






  Avanti tutta. Manifesto per una rivolta individuale

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